Mag 12 2012
Mag 11 2012
IL VERDE DI VOLTURARA
Aspettavo la primavera per godermi il verde dei prati di Volturara . Mi ci inebriavo dentro per sentirmi appagato . Oggi quel verde non mi piace più !
Vedere il territorio uniformemente verde significa vedere POVERTA’ . Tutta quell’erba ha ucciso ogni produzione e ha portato povertà . Eppure i fagioli quarantini di Volturara sono famosi in tutta Italia , e non se ne trova uno . Mi piacerebbe che un giorno ogni pezzo di terra sia coltivato e produca ricchezza e nel colore dei FAGIOLI volturaresi finisse questa depressione che sta prendendo tutti . Chi è animato da buona volontà scopra questo tesoro che non sappiamo sfruttare .
Mag 10 2012
Famiglia Calabrese , origini e provenienza
La famiglia Calabrese arriva a Volturara dal vicino paese di Castelvetere con Bartolomeo Calabrese che sposa Lilla Masuccio intorno al 1630 , da cui ha Sabato che sposa Giella Merola dopo la peste del 1656 . Tutti i Calabrese di Volturara discendono da Sabato e Bartolomeo che in alcuni documenti è chiamato Scavetto con il soprannome al posto del cognome . Bartolomeo in seconde nozze sposa nel 1645 Frasia Celetta .
Da rilevare che i Calabrese erano già presenti in paese dal 500 con il ramo di Natale Calabrese soprannominato pozzella , che si estinse con la peste .
Mag 09 2012
Castagne, se non curati gli alberi di castagno muoiono entro 7 anni
La mosca cinese che ha distrutto il raccolto l’anno scorso è ricomparsa con la fioritura delle foglie . E sicuramente darà i suoi micidiali effetti anche quest’anno . Gli esperti dicono che entro 7 anni gli alberi si essiccheranno completamente costituendo un danno economico enorme , ma soprattutto contribuiranno a creare un dissesto idro geologico di portata biblica. Senza alberi , le montagne franeranno e le ripercussioni sono inimmaginabili . L’unico modo per fermare l’epidemia , paragonabile solo alla peste umana , è lanciare il torimus , un insetto che distrugge la mosca biologicamente . Serino e Cervinara lo hanno già fatto e lo stanno facendo quest’anno . Non lanciando il torimus si CONDANNA LA MONTAGNA E GLI ALBERI DI CASTAGNO A MORIRE .
Mag 04 2012
Benevento , origini e provenienza
Famiglia Benevento origini e provenienza
Domenico Benevento arriva da Parolise nel 1657 , dopo la peste dell’anno prima . Da lui discendono tutti i Benevento di Volturara che ha avuto uomini importanti ed illustri fino al secolo scorso , quando si sono trasferiti ad Avellino .
Mag 04 2012
Altitoro , origini e provenienza
Famiglia Altitoro origini e provenienza
Angelo Altidoro ( 1820°-1900° ) sposato con Maria Sandulli arriva da Capua ed è maestro di musica .Il figlio Lorenzo ( 1840°-1910° ) sposa nel 1864 Filomena Gioiella
. Tutti gli Altitoro discendono da Angelo.
Mag 04 2012
Buonopane origini e provenienza
Famiglia Buonopane origini e provenienza
Domenico Buonopane (1650-1720°) , figlio del magister Giuseppe arriva da Benevento, oriundo della Puglia , dopo la peste del 1656 , qundo rimasero in paese più donne che uomini e sposa Diana Marra il 27 Marzo 1674 . Da Domenico discendono tutti i Buonopane di Volturara , cognome destinato all’estinzione in paese .
Apr 30 2012
Famiglia Bisaccia origini e provenienza
Antonio Bisaccia ( 1650°-1720°) da Cancellaria arriva a Volturara dopo la peste del 1656 e sposa Anna Masuccio il 5 Marzo 1669 , da loro nascono Gaetano nel 1674 e Domenico nel 1685
Tutti i Bisaccia di Volturara discendono da Antonio
Apr 30 2012
dovrebbe essere la 223 volta che fiorisce .

La teglia è fiorita a prennunciare una nuova bella estate . Chissà perchè quelle foglie lo accosto alle migliaia e migliaia di lettere che gli emigranti scrivevano alle loro madri e alle loro donne . Ognuna di esse rappresenta un momento di vita vissuta e dimenticata che nell’insieme crea la storia di ogni piccolo microcosmo.
Apr 27 2012
Psi , Oliviero sta con De Piano a Solofra da ” Il Corriere dell’Irpinia ” di oggi
Solofra – Verso il voto, Oliviero con i Socialisti di De Piano
Solofra 17:00 | 27/04/2012SOLOFRA - Continua la polemica tutta interna ai Socialisti. Dopo l’intervento di Beppe Sarno, questa volta è l’onorevole Gennaro Oliviero ad intervenire e a smentire le dichiarazioni di Marco Riccio sul Corriere dell’Irpinia in data 25 aprile, ove compariva un articolo intitolato: «Il PSI si dichiara: Noi con Vignola».
Nella parte finale della nota il Segretario Provinciale del PSI di Avellino affermava che la presenza del Consigliere Regionale Gennaro Oliviero, nella giornata di sabato 21 a Solofra, era da ritenersi «a titolo puramente personale, perché finalizzata ad illustrare, agli operatori del settore, il Progetto di legge regionale a sostegno della castanicoltura e per la lotta al cinipide calligeno».«Le dichiarazioni di Marco Riccio rispondono unicamente al falso – esordisce Gennaro Oliviero, capogruppo del PSI in Consiglio regionale della Campania – mi sono recato a Solofra per presenziare allo svolgimento di una manifestazione politica del Partito Socialista Italiano e della lista Riamiamo Solofra che vede candidati diversi esponenti del partito a cui ho l’onore di appartenere, ormai da una vita.
Non capisco cosa c’entri il titolo personale, tanto decantato nell’articolo del 25 che compariva tra le pagine della stampa locale avellinese, nel riportare le dichiarazioni di Marco Riccio.
Tra l’altro – aggiunge – il convegno sul castagno è stato organizzato dal candidato della lista Riamiamo Solofra, Alessandro Jannone, regolarmente iscritto al PSI sezione di Solofra.
Inoltre, il successivo comizio di presentazione della stessa lista, deve essere evidenziato come atto prettamente politico: infatti, al suo interno sono candidati ben quattro iscritti di Solofra. Nel mentre, vi è stata l’assemblea degli iscritti di Solofra, con l’elezione a Segretario cittadino del compagno Giuseppe Guacci e del Segretario FGS Alessandro Luciano.
Risulta quantomeno strano – conclude uno stupito Gennaro Oliviero – che il Segretario della Federazione provinciale del PSI di Avellino, non conosca gli iscritti e le attività che si svolgono sul suo territorio, anche in considerazione della presenza di vari dirigenti provinciali federazione della irpina, tra i quali il Presidente dott. Edmondo Marra. Un segnale di come la situazione gli stia sicuramente sfuggendo di mano: un dato inequivocabile, che impone un cambiamento di vertice».
«Come sempre i nodi vengono al pettine – commenta Ariosto Guacci candidato della lista “Riamiamo Solofra” ed esponente dei Socialisti – , una segreteria provinciale che non ha tenuto conto di numerosi iscritti al partito, ma ha avallato le crisi di protagonismo e l’invidia di qualcuno per una politica personalistica, è una cosa vergognosa e siamo estremamente soddisfatti di avere avuto ragione. Le rivoluzioni iniziano dall’interno: abbiamo ridato un partito di origini storiche alla nostra Solofra».
Apr 27 2012
…STRIDORI…TREMORI… di Giuseppe Marano , Montella
(vibrazioni dell’anima e…non solo…?)
Non è facile descrivere la sorpresa che ti può serbare un ammasso di carte vecchie, quelle accatastate in cassette pur esse vecchie dalla superficie rugosa che se distrattamente carezzi “contropelo” ti conficca una invisibile dolorosissima scheggettina aculeata! Uno “straccio” di rivista ingiallita salta fuori come il pesciolino d’argento disturbato nell’ombra delle pagine antiche in cui si annidava beatamente smemorato, proprio come gli sposini tenerelli in viaggio di nozze: col “cuore nello… zucchero”(1). La scoperta fortuita guizza preziosa come un brillante fra il ciarpame, ricorda un pò la sorpresa del pollastrello che razzolando nell’immondizia pesca la perla…(2). La mia perla è la famosa rivista venatoria: Diana, dal nome divino della dea della caccia. In copertina figura a tutto campo un cacciatore di mezz’età, perfettamente abbigliato nella sua caratteristica tenuta di velluto, seduto su una panca, l’inseparabile fucile sulle gambe, nella calda penombra rischiarata da un invisibile caminetto acceso che illumina il volto pensoso ed austero d’eroe risorgimentale. Sotto, a caratteri piccoli ma netti, la dicitura: “N. 3 ANNO XXVI”. Quell’anno in numeri romani non può indicare l’anno dell’era fascista! Se ne accorgerebbe con un semplice calcolo anche lo studente più scapato e distratto, perchè il regime, durò al massimo, dal 1923 al 1945, 23 anni, che furono già troppi! Figurarsi XXVI! Il numero del regime invece, ad un’occhiata più destra, compare in fondo alla copertina accanto alla scarpa sinistra dell’uomo su un riquadro di pavimento particolarmente riverberato dal fuoco fuori campo:15 febbraio 1931-IX. Questo solenne numero romano è quello giusto, che corrisponde appunto alla data di copertina: 1931. Il conto torna se si parte dall’anno successivo alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922 (22+9=31).
Ottima la carta, ad onta del flusso detergente o annerente (o tutte e due le cose insieme!) in ogni caso massiccio d’anni trascorsi, belle le illustrazioni fotografiche e pubblicitarie (prevalentemente di fucili, già allora dalla bascula preziosamente cesellata) che non cedono in nulla a quelle moderne che gareggiano con la più raffinata arte orafa. Diversi gli articoli, non tutti di stretta osservanza venatoria, che hanno tenuto sicuramente buona compagnia agli anziani parenti che li leggevano nei brevi pomeriggi invernali ansiosi di precipitare nella notte.
Si ha l’impressione di continuarne la lettura. Un nome colpisce subito come il guizzo del pesciolino d’argento: Luigi Ugolini (3), uno scrittore che come pochi riesce a trasmettere la sua profonda sensibilità per la natura. Va dichiarato comunque in apertura di discorso un contrasto d’origine: si tratta di uno scrittore-cacciatore. Ma contrasti e contraddizioni fanno parte indelebile di quell’indecifrabile guazzabuglio che fermenta e si dibatte nel lago del cor dell’ uomo, e molti, non stupidi, dicono pure che senza contrasti e contraddizioni non ci sarebbe nemmeno poesia! E’ chiaro che non si può in una battuta liquidare un problema così importante. Dico subito che il titolo del racconto PADULE GELATO mi cattura nella scia nostalgica dei giorni in cui pure io, nella piccola piana di Lao, vicino al laghetto gelato a fianco ai parenti cacciatori più grandi, aspettavo intirizzito, i capiverdi provenienti affamati dalle invetrate distese siberiane…L’attesa in quel silenzio spettrale ad un certo punto era premiata da un sibilo lieve lontano che diventava man mano un soffietto ritmato: fìn, fìn, fìn…” Arrivano, arrivano…” reprimeva qualcuno il grido liberatorio…E spuntò dalla cresta del monte la fila sinuosa dei volatili che iniziò a girare largo piegandosi a vite al centro lacustre della piana. Fu allora che schioccò la fucilata rimbombante al chiuso dei monti. Non vidi il grosso pennuto cadere nel lago, lo vidi penzolare con le ali iridate dalla bocca del cane che tornava grondante d’acqua, tutto eccitato del suo bottino. Bellissimo animale, un vero “capiverde” ( detta anche da noi così, l’anitra selvatica) d’un verde lucido appunto alla testa che tendeva a riflesi metallici lievemente iridati. Mia cugina pittrice “lo immortalò” in un bel quadro ad olio che dovrebbe stare ancora appeso al muro su un’ansa di scala a chiocciola.
Torniamo al racconto della rivista. La pagina scritta in tre colonne è allietata da vivaci illustrazioni in bianco e nero con in calce una firma “calligrafica”, da artista che ci tiene a far leggere chiaramente il proprio nome: segno positivo, se non altro, d’amor proprio: Calloni 1931, certamente un buon disegnatore, incisore, pittore insomma, di cui, però, almeno secondo me, non addentro in pittorica materia, s’è spento ingiustamente il ricordo. Ma anche l’ingiustizia fa parte di questo mondo! Sono alcuni quadretti suggestivi , mi vien da dire, non so perchè, “idilli”(o se vogliamo con una certa forzatura modernista-informatica, “finestre”) che interpretano bene il tempo e la stagione della vicenda narrata.
Nel primo compaiono tre germani reali che planano lievi silenti alianti sulla tesa di ghiaccio, ali e becco aperti; nella seconda un cacciatore ben “imbottito” nel suo giaccone, sciarpa avvolta in più spire, sfioccante al vento, in paziente estenuante attesa sul barchino, fucile stretto affettuosamente, inseparabile amico, fra le braccia…Lastre di ghiaccio frantumato intorno al barchino.
I “capiverdi”, e qui, pur da pentito, mi sento di spezzar una lancia a favore della caccia, nel nostro paese erano un bel pò di…manna in tempo di cruda penuria postbellica. Risento le squadre familiari che salivano a monte sbattendo i portoni, nelle mattine ancor notturne: ” Prepara la “tiàna”, che oggi se vuole Dio, mangiamo un poco di carne…”.
Questo lo scenario che apre il racconto in simbiosi con la natura descritta, affondato in essa, di cui ci fa percepire odori, brividi di freddo, colori, luci.
Inizio brioso, sorridente, che fa trapelare un misto di sentimenti: l’euforia dell’avventura, l’ansia dell’attesa: “E’ un riso ed uno stringer di cuore veder arrivare i germani reali di mezzo gennaio a gambe stese per gettarsi sul padule ghiacciato ch’è tutta una lastra!…C’è una fame che li spinge! Arrivano e dan di petto sullo specchio traditore. Lo scivolone li porta per varie diecine di metri, sovente a capitombolo, finchè, con comico remeggio d’ala ed un serpentino storcer di collo, non si rimettono in piedi e restan fermi a gambe larghe, meditabondi sulla stupidità dei palmipedi.”
Descrizione magistrale che ci scorre davanti come la sequenza di un film, con tutte le fasi e modalità d’atterraggio e le goffe movenze degli animali che impattano con tragicomiche conseguenze sull’imprevisto “pavimento” di ghiaccio che preclude acqua e vita. Da notare il tocco “psicologico” che li fissa imbambolati inebetiti in uno stordimento che si può spiegare con l’effetto sinergico e cumulativo del duro impatto sulla superficie “impietrata”, del freddo paralizzante, dell’inganno subito. Ma si riprendono subito, riaffiora in essi l’impulso ad insistere, a cercare la vita, e il racconto continua rivelandoci l’occhio infallibile dello scrittore che segue i suoi multicolori pennuti nelle loro più minute movenze: “Poi, con precauzione, si muovono dondolando come pinguini, ammaestrati dall’esperienza. Tentano lievemente la superficie col becco…nulla da fare! Neppure qui si mangia!”
Ecco la gioiosa improvvisa scoperta: “Ma che diamine fanno quei confratelli presso la ripa? Non si vedono le loro gambe…Quindi è segno che c’è acqua!…”
Il racconto si snoda naturale in mezzo al padule sorpreso e sospeso nei suoi umidori odori più intimi, su uno sfondo che si intravede livido di freddo, filigranato d’ alberi spogli. I palmipedi intanto non si danno per vinti, hanno adocchiato un gruppo di compagni di viaggio in fondo, verso la riva, segno che lì c’è l’acqua libera, c’è la vita! E vi si dirigono in fila mentre il cacciatore appostato, spuntato dalla matita del Calloni, pregusta un attimo il momento magico e spara: “Parte la bordata rasente…falcia! I caduti restano ad ali aperte o si agitano convulsi sull’acqua diventata pietra!”. Pur in questo spettacolo, il caso di dire agghiacciante, sentiamo affiorare un moto d’animo nel cacciatore, che non è pentimento, ma ci va vicino; esprime una contraddizione (che in fondo resta una condizione esistenziale): fra l’amore per lo spettacolo della natura per le sue belle creature volatili descritte con tanta simpatia, e la ” divertente crudeltà” di premere il grilletto e spegnere in un attimo tutta quella festosità di vita e di colori! Basta leggere Le memorie d’un cacciatore di Turgheniev per capire quale profondità d’amore possa convivere conflittualmente nell’uomo per le creature… che uccide. Bisogna prender atto di questa difficile convivenza… Dato che siamo nel vivo del tema, ecco più avanti, un segno di tal conflitto decisamente più esplicito: “Il cacciatore attende questo suo tremendo ausiliario (=il gelo, il “generale inverno” n.d.a.) con un’ansia segreta. Sa che con questa alleanza farà strage, ma c’è qualcosa che gli stringe il cuore…”. (sottolineatura dell’a.).
Il sentimento si intensifica in un crescendo di partecipazione ch’è quasi compassione: “Gli stormi che girano senza tregua sembrano anime in pena di una terra maledetta”(= quasi l’Inferno dantesco che già si concretizza preannunziato dall’ indurimento delle parole). “Il silenzio che grava sopra la palude fatta pietra, ha qualcosa di funebre”.
Quel “fatta pietra” è un’ espressione fortemente icastica, sinestesica, che alla caratteristica tattile, la durezza, aggiunge quella ottica-coloristica: il colore grigiastro della pietra. La tesa gelata ha quel colore.
Come annunciato dalle precedenti cupe avvisaglie, l’ inferno dantesco erompe in tutta la sua esplicita rappresentazione: “I ciuffi, le gerbe (4) che affiorano ricordano le teste dantesche dell’ Antenora: la “sala”(5), e il falasco(6) sembrano capelli irti.” L’evocazione dantesca è precisa: così irti doveva averli la testa confitta nel ghiaccio (dell’Antenora) del traditore Bocca degli Abati, nella quale Dante “inciampa” (intenzionalmente o no), sferrandole un calcio sodo (7). Dato che ci troviamo nell’ “ambiente”, riscontriamo nel medesimo canto dantesco un altro richiamo di natura acustico-fonosimbolico: il poeta per dare una rappresentazione veramente “concreta” della durezza e dello spessore del ghiaccio che sigilla il fondo ghiacciato dell’Inferno, il Cocito, ci offre la seguente raggelante descrizione: vv. 22-30: “E vidimi davante/ e sotto i piedi un lago che per gelo/ avea di vetro e non d’acqua sembiante./ Non fece di corso suo sì grosso velo/ di verno la Danoia in Osterlicchi/ nè Tanai là sotto il freddo cielo/ com’era quivi, che se Tambernicchi/ vi fosse sù caduto, o Pietrapiana / non avrebbe pur da l’orlo fatto cricchi(8).
Anche il nostro scrittore usa immagini simili: “Si agitano convulsi sull’acqua fatta pietra …”, in Dante, come abbiamo visto, c’è il vetro, di pari, se non maggiore, consistenza della pietra, quando è così spesso! Corrispondenze ricorrenti trascorrenti da scrittore a scrittore, riaffioranti consapevolmente o meno, come risorgive, motivi perenni, comuni dispersi e ripescati nei penetrali dell’anima, o frutto di reminiscenze sepolte e riemerse come creazione nuova?
Continuiamo l’escursione venatoria nell’aria gelida e purissima: “Se il ghiaccio non è molto spesso i padulani vanno volentieri al cesto (9) aprendosi un varco a colpi di forcino (10). Le lastre, (di ghiaccio n.d.a.) spezzate, obliquano sotto la prua, si sommergono…si sovrappongono; v’è un grande stridio dovunque, un cricchiare, un cantare, un partir di rabeschi che si dilungano via, con un sibilo strano, a rigare la lastra di ghiaccio…Lo “stridio”, ed ancor più esplicitamente il “cricchiare”, riecheggiano ancora
(come lo definisce qualche fine linguista il singolare “stilema acustico” dantesco): il “cricchi”, che ha un potere evocativo più penetrante che mai suscitando nella memoria una musica di echi poetici: “Cri….i….i….i….i….i….i….cch…l’incrinatura/ il ghiaccio rabescò, stridula e viva./ “A riva!” Ognuno guadagnò la riva/ disertando la crosta malsicura…(11) Gozzano, un poeta più vicino a noi non solo nel tempo, descrive un’allegra compagnia di pattinatori che si divertono in spensierate evoluzioni sulla superficie gelata di un lago, e coglie con raffinata tecnica cinematografica a.l. il repentino cambiamento di scena nel momento drammatico in cui s’avverte lo stridore sinistro. Tutti guadagnano frenetici la riva, meno una intrepida fanciulla che invita il poeta a restare con lei nel periglioso centro del lago per saggiare il coraggio o per morire eventualmente insieme in un sublime sacrificio d’amore; ma il poeta seguendo la voce imperiosa dell’istinto, raggiunge la riva e la salvezza, subendo dalla donna la gelida frustata di una sprezzante accusa: ” Vile!”…Quel guazzabuglio ch’ è il cuore umano!
Procediamo intanto nella difficile navigazione col barchino sul padule incrostato dal ghiaccio: “Ma quando il gelo morde e il lastrone è spesso quattro dita e più, è un guaio raggiungere i capanni in mezzo al padule! Occorre la picozza e i cacciatori non cimentano volentieri i barchini: il ghiaccio taglia, le punte sfondano!”
Descrizione chiara limpida come la giornata di gennaio che fa da sfondo.
Segue il racconto d’una brutta avventura fortunatamente a lieto fine, di due cacciatori che all’ultimo minuto vengono salvati da uno a riva che li tira fuori con un lungo “stangone”. L’autore saggiamente avverte:
“Camminarci (sul padule ghiacciato n.d.a.) è traditore…Man mano che si procede verso il largo, un movimento elastico, dapprima insensibile, poi sempre più inquietante, come quello d’un pavimento che brandisce, si propaga per tutta la superficie. Altalena sinistra che si compendia in uno scricchiolio lugubre come la morte…”. Questa vasta tesa ghiacciata percorsa da una strana vibrazione, ci richiama un passo di tremenda bellezza di Malaparte(12) che sorprende con alta drammaticità artistica, il repentino congelarsi del lago Ladoga che stringe in una morsa di ghiaccio centinaia di cavalli: “Ad un tratto col suo caratteristico suono vibrante di vetro percosso, l’acqua gelò…Il giorno dopo quando (le pattuglie finniche in guerra con i Russi nel 1941 n.d.a.) giunsero sulla riva del lago, un orrendo e meraviglioso spettacolo apparve ai loro occhi. Il lago era come un’immensa lastra di marmo bianco sulla quale erano posate centinaia di teste di cavallo. Parevano recise dal taglio netto d’una mannaia. Soltanto le teste emergevano dalla crosta di ghiaccio…”. Qui potrebbe partire come un “rabesco” un interessante link storico…
I rabeschi sul ghiaccio si diramano, si prolungano come storie che si snodano l’una dall’altra ed improvvisamente si dischiudono in piccoli racconti ad incastro secondo il gusto alessandrino dei poetae novi: “… Due padulani dell’Anchione, nel padule fucecchiese fidando in una mattina limpida di ghiaccio eccezionale, si avventurano a traversar padule da Stabbia a Massarella. Sulle “gronde”(13) tutto andò bene, procedevano a tappe da lingua a lingua e da “gerba” a “gerba”(14). Ma nel mezzo dell’Aione(15)
c’erano due metri d’acqua, tutto un lago, il ghiaccio cominciò a scricchiolare. Si fermarono i due meschini senza più sangue nelle vene. Tornare addietro o proseguire? Uno di loro, il più giovane, inchiodato dallo spavento, non era più buono di dare un passo. “Và via!” diceva al compagno “Salvati te, che hai moglie e figlioli…”. Ma il più anziano non voleva, non poteva abbandonare il più giovane, sentiva su di sè tutta la responsabilità umana del “capocaccia”!
“Il ghiaccio ormai era tutto rabescato di cretti (16) e si vedeva attorno ai brevi isolotti di “gerbe”, l’acqua zampillar fuori e dilagare sulla superficie”. E qui interviene il fucile, e giustamente!, con la sua formidabile forza persuasiva, questa volta provvidenziale. Vista la “altruistica” riluttanza del giovane, il compagno più anziano gli punta il fucile in faccia costringendolo così a seguirlo in…salvo.
L’insicurezza, l’incertezza la precarietà del vivere è l’ineluttabile condizione umana lucidamente rappresentata dal verso perspicuo del Montale: “Felicità raggiunta, si cammina/ per te su fil di lama/ agli occhi sei barlune che vacilla/ ai piedi teso ghiaccio che s’incrina…: dal quale, fuor di metafora, l’uomo se si impegna a fondo, pure può avere quialche chance di venir fuori! Lo scrittore con un indugio descrittivo trepido, quasi affettuoso sui suoi volatili-bersaglio, ci lascia immagini di rara bellezza che stridono (come il ghiaccio che si incrina!) con la “professione venatoria”. Ci limitiamo solo a qualche momento di ammirazione estetica:
“Ci sono dei posticini al riparo nel fitto fra le canneggiole, che non gelano…In questi angoletti restano scoperte pozzangherine ghiotte e tiepide, miracolosa pastura di beccaccini e di qualche alzavoletta furba…Ma ci vuol vocazione a girare il padule in quelle giornate! Specie se giù dai monti trabocca la tramontana gelata, che ha strisciato sulle nevi, e si butta sul padule a tagliar la faccia e a levare il respiro!…Il vento è una lunga fiumana di spilli che ci fruga attraverso qualunque corazza. Nelle botti si muore e nei barchini si diventa gomitoli (17). Ma sono le mattinate in cui i germani reali dal capo di smeraldo (18) (di qui “capiverdi” sinonimo diffuso anche da noi) si aggirano sul padule in cerca di cibo…
Il gelo a volte fa brutte sorprese provoca disonorevoli defaillances venatorie: “Quante volte il gelo che paralizza non ci ha costretti all’umiliante “presentat’arm”! Si imbraccia e l’indice non sente il grilletto e le botte se ne vanno per il cielo, sa Dio con qual traiettoria! E dopo aver sparato, come vecchi resi impotenti dalla gotta, brancicano inutilmente la cartucciera senza forza di cacciare il bossolo nelle canne…Umiliati, dal nostro guscio di tavole, osiamo appena sogguardare il cielo e ci sentiamo infinitamente grotteschi e pietosamente piccoli. E proprio in quei momenti, il rombante stormo dei “capiverdi” passa sulle nostre teste a mezzo tiro, superbo e formidabile, nei petti metallici che lustrano come corazze ai raggi freddi del sole!”
Trionfa alla fine- e ne siamo contenti- la maestà della natura sull’uomo che ne resta affascinato e annichilito. Confesso di aver percorso il racconto accompagnato da una sorta di perplessità sulla sbrigativa facilità con cui pur dagli addetti ai lavori si affibbiano etichette di “minore” a tanti scrittori che come il nostro, ad una lettura sensitiva, “calata nella stagione”, possono rivelare qualità luci spessori insospettabili comunicandoci insomma un’impressione profonda che solo un grande scrittore o poeta è capace di trasmettere con tale freschezza.
NOTE:
Avvertenza preliminare: per le definizioni si è tenuto prevalentemente presente il Grande Dizionario UTET
1) Il pesciolino d’argento, detto anche acciughina, è un minuscolo insetto che ha come nome “nobile”, scientifico: Lepisma saccharina. Lepisma viene dal greco lepìs che significa: squametta, membrana. E’ un nome delicato che evoca la levità d’una farfalla, non per nulla quest’ultima è un lepidottero (= dal gr. lepìs= scaglia e pteròn=ala) ordine di insetti con quattro ali coperte di sottilissime squame.
Seguiamo un pò la definizione del Lepisma nel grande dizionario Battaglia: “Piccolo insetto attero dell’ordineTisanuri, con corpo molle allungato, rivestito di squamette argentee e terminante con tre sottili appendici filiformi; conosciuto con il nome di pesciolino d’argento, alligna nelle fessure dei mobili e fra i libri di cui rode la carta…”.
Fin qui abbiamo capito il perchè del nome Lepisma, ma non ci è chiaro ancora etimologicamente l’aggettivo qualificativo Saccharina. Che ha a che fare lo zucchero con questo simpatico insetto? L’aggettivo saccharina, di conio scientifico, che dovrebbe qualificare l’animaletto, deriva pur esso dal greco sàkkharon (lat. saccharum), e significa pertanto:zucchero. Una cosa è certa: che gli scienziati non mettono, almeno loro!, nomi a casaccio. Non abbiamo trovato per la verità alcuna spiegazione sui vari vocabolari dizionari consultati (anche di spessore non solo fisico). Comunque non ci pare azzardata la nostra spiegazione che si può ricavare dalle abitudini alimentari del soggetto. Procediamo con ordine nella ricerca di vocaboli (inutile dire quanto utile e… potenzialmente interessante per i nostri giovinetti). L’Enciclopedia Fedele della UTET, dà la seguente definizione alla voce Lepisma: ” Insetti primitivamente atteri, dal corpo allungato, depresso, dermoscheletro poco sclerificato, il torace più largo dell’addome che termina con tre filamenti molto delicati…si nutre della carta e della colla delle rilegature…”. Lo scrivente si è imbattuto nel nostro amichetto e ne conserva un ricordo-impressione indimenticabile: nell’aprire un libro antico rilegato in pegamena, ha colto un minuscolo guizzo brillante: era proprio lui che disturbato nella sua dolce dimora, scappava via…Una minuta scintilla d’argento! C’erano tracce di colla granulosa sul dorso che legava i quinterni. E quella colla allora era prevalentemente di farina che contiene amido (gr.àmylon) che è senza voler sottilizzare di formule chimiche, uno zucchero. Così ci siamo dati una spiegazione del Saccharina. Ma c’è un’altra descrizione dell’animaletto che precisa meglio il suo aspetto prezioso argenteo: la troviamo nella Grande enciclopedia illustrata degli animali Mondadori 1981, Invertebrati, vol.1 pag. 172 : “…Sono conosciuti comunemente come “pesciolini d’argento”, poichè il loro corpo, rivestito di squame, assume riflessi argentei a causa della rifrazione della luce…”. Qui il colore è spiegato più scientificamente. Anche l’altro nome acciughina trova suggestiva spiegazione nella metafora nel brillìo argenteo tipico del pesce.
2) Fedro Favole, III, 12
3) Luigi Ugolini (1891-1980). Oltre ad essere uno scrittore sensibile che ha lasciato pagine indimenticabili della sua Maremma ( Il nido di falasco, Il romanzo della mia terra ecc.), è stato anche apprezzato pittore. La sua produzione è stata tradotta in moltissime lingue. Nel 1940 viene anche arrestato dal regime per aver contestato le scelte di Mussolini e viene imprigionato per due anni durante i quali descrive la sua esperienza di recluso. Fece parte con Papini ed altri autori di primo piano, del gruppo Nuova Antologia. La sua prosa è molto icastica ed incisiva, riesce a rappresentare felicemente persone, cose e atmosfere ambientali sullo sfondo della sua Maremma.
4) Voce toscana, specie di carice ( carex pendula) erba tipica degli acquitrini con spighette pendule
5) Voce probabile relitto del sostrato mediterraneo, specie erbacea palustre caratterizzata da foglie lunghe e strette che essiccate si usano per lavori d’intreccio e di impagliatura. Bella la descrizione del Carena in Diz.UTET: “… (erba palustre) con foglie ensiformi (= a forma di spada n.d.a.) cioè strette, lunghissime, acute, tenaci, lisce, le quali seccate e serbate, poi all’uopo inumidite ed attorte in corde, s’adoprano ad impaglia seggiole e a vestir fiaschi”
6) Probabile relitto del sostr. mediterraneo. Denominazione collettiva di varie erbe palustri, utilizzabili in parte come foraggio, come lettiere, combustibile o lavori di impagliatura
7) Dante Inf. XXXII vv. 73-78: “E mentre ch’andavamo in ver lo mezzo/ al quale ogni gravezza si rauna,/ e io tremava nell’eterno rezzo;/ se voler fu o destino o fortuna,/ non so; ma passeggiando tra le teste,/ forte percossi il piè nel viso a una…”
Voce onomatopeica che indica lo scricchiolio del ghiaccio o del vetro o di altra sostanza dura ma fragile che si incrina e si spezza
9) Cespo, cespuglio, il fitto della vegetazione palustre
10) Lunga pertica usata come remo per guidare le imbarcazioni in acque poco profonde
11) Si dà il seguito della bella poesia di Gozzano, percorsa da vivacità scenica e psicologica: “…“A riva! A riva!” Un soffio di paura/ disperse la brigata fuggitiva./ “Resta!” Ella chiuse il mio braccio conserto,/ le sue dita intrecciò, vivi legami,/ alle mie dita. “Resta se tu m’ami!”/ E sullo specchio subdolo e deserto/ soli restammo in largo volo aperto,/ ebbri d’immensità, sordi ai richiami,/ Fatto lieve così come uno spetro/ senza passato più, senza ricordo/ m’abbandonai con lei nel folle accordo/ di larghe rote disegnando il vetro./ Dall’orlo il ghiaccio fece cricch più tetro…/ dall’orlo il ghiaccio fece cricch più sordo…/Rabbrividii così come chi ascolti/ lo stridulo sogghigno della morte,/ e mi chinai, con le pupille assorte/ e trasparire vidi i nostri volti/ già risupini lividi sepolti…/ Dall’orlo il ghiaccio fece cricch più forte…/ Oh! Come, come a quelle dita avvinto/ rimpiansi il mondo e la mia dolce vita/ O voce imperiosa dell’istinto!/ O voluttà di vivere infinita!/ Le dita liberai da quelle dita/ e guadagnai la ripa ansante, vinto:/Ella sola restò, sorda al suo nome/restando a lungo nel suo regno solo./ Le piacque alfine ritoccare il suolo,/ e ridendo approdò, sfatte le chiome/ e bella ardita palpitante come/ la procellaria che raccoglie il volo./ Non curante l’affanno e le riprese/ dello stuolo gaietto femminile/ mi cercò mi raggiunse tra le file/degli amici con ridere cortese:/ “Signor mio caro, grazie!” E mi protese/ la mano breve, sibilando: “Vile!” G. Gozzano I COLLOQUI, Invernale p. 149 Meridiani Mondadori
12) Curzio Malaparte Kaputt p. 81 Vallecchi Editore 1964
13) Estremità perimetrale del lago ghiacciato, bordo, margine intorno alla palude sul quale scorrono le acque piovane che vi defluiscono dentro
14) Specie di carice (carex pendula) erba tipica degli acquitrini, con spighette pendule. Sarebbe interessante visionarla con diapositive o su uno schermo realizzando così un arricchente approccio intertestuale, come si vocifera con rinnovato vigore, nei Collegi dei Docenti
15) Anchione, trascritto secondo la caratteristica pronunzia toscana che aspira la durezza del suono gutturale “ch”
16) Deverbale da crettare, a sua volta dal lat. crepitare che indica lo scricchiolio delle fenditure mentre si aprono A pensarci bene la parola “cretti” non sembra trascurabile in un ambito di analisi linguistica…”cretto” dal lat. crepitum, crepitare: spaccare, screpolarsi, dove l’immagine acustica vien prima e genera per così dire quella eidetica della “crepa”, “fenditura” che deriva così da uno stilema acustico, fonosimbolico od onomatopeico, dal ronzio del fendersi del vetro o del lago invetrato
17) Bella immagine: per il freddo ci si rannicchia e ci si stringe su se stessi come un gomitolo
18) Di qui “capiverdi” sinonimo popolare diffuso dalla toscana al meridione
Apr 13 2012
Dal Corriere dell’Irpinia del 12-4-2012 , Salvatore Alaia e gli operai idraulico forestali della Comunità Montana
Salvatore Alaia di mesi combatte a fianco degli operai forestali della Comunità Montana “ Terminio Cervialto “ , con una perseveranza degna dei migliori elogi . Ma ciò che colpisce è l’estrema naturalezza con cui è stato accettato come amico da parte di tutti gli operai , e l’estrema facilità con cui è arrivato ai vertici dello Stato a perorare la loro causa : unico squarcio di luce in una situazione piena di ombre e di responsabilità .
Quanti soloni hanno criticato il suo gesto ed il suo impegno , quanti cattedratici della politica hanno storto il naso di fronte alle sue lotte , fatte di impegno, di continuità e di sofferenza , sacrificando il lavoro e la casa , tacciandolo , usando un eufemismo , di essere briglia sciolta o con epiteti ancora più pesanti .
Oggi mi stupisce il fatto che ogni azione intrapresa dal Nostro , e criticata aspramente dalla politica ufficiale , viene poi copiata e messa in atto dagli stessi politici pedissequamente . Come se volessero scacciare la sua ombra che pesa sui loro errori .
Decide di andare in Regione , e lo copiano . Decide di andare dai vescovi e lo copiano . Decide di andare al Quirinale e lo copiano . Abbino allora il coraggio di incontrarlo e di discutere con lui , di preparare insieme un piano definitivo e concreto per la risoluzione di questo gravissimo e sconcio problema , che penalizza centinaia di famiglie già al limite della povertà ed oggi costrette a supplicare per veder risolto un loro diritto , altrimenti stiano zitti . “Labor omnia vincit “ diceva un motto in via de Renzi ad Avellino , ebbene rispettiamo la dignità di chi vuole solo lavorare e vivere degnamente in una società civile .
Edmondo Marra , Presidente del PSI irpino
Apr 09 2012
Caruso , Lucio Dalla , estate del 1986
Era il 1986 , d’estate . Stavo in viaggio di nozze , e dopo Parigi avevamo deciso di andare a Santa Maria di Leuca nel Salento . Un’esperienza indimenticabile . C’era Lucio Dalla a Gallipoli e decidemmo con mia moglie di andarci . Lo stadio era piccolo e la gente non molta . Dopo il consueto bellissimo repertorio , Lucio , a mezza voce , prende il microfono e spiega . Mi ricordo stavamo sotto di Lui sulla sinistra davanti a tutti .
” Ho scritto una canzone , che spero vi piaccia . E’ una delle tante e mi ricorda una serata particolare . Scusatemi , se non vi piace . Ci piacque moltissimo.














